Referendum Trivelle, dieci motivi per andare a votare e votare sì

Quale che sia stato l’iter di questo referendum siamo adesso chiamati alle urne, e occorre andare a votare per non sprecare i 3-400 milioni di euro che questo referendum costerà. Vincere sperando che non si raggiunga il quorum è uno schiaffo al vivere civile e a tutti quelli che hanno dato la vita, generazioni fa, per darci il suffragio universale.

Ecco dieci motivi per i quali votare sì al referendum del giorno 17 aprile 2016.

1. Dalle trivelle italiane, esistenti e future, non ci guadagnano niente gli italiani, solo i petrolieri.

Importiamo ancora la maggior parte del petrolio e del gas che usiamo e sarà sempre così perché ce ne abbiamo troppo poco e scadente per farne affidamento.

2. L’Italia è un paese fragile.

Trivellare significa stuzzicare e modificare delicati equilibri naturali di cui non sappiamo niente. Tutto il Ravennate è sottoposto a fortissima subsidenza, spiagge intere sprofondano. Studi commissionati dagli stessi petrolieri in tempi recenti confermano che la maggior parte della subsidenza è causata dalle estrazioni metanifere.

3. Quello che emerge da Viggiano (Basilicata) in questi giorni è “normale” per l’industria petrolifera.

In alcune località del mondo i controlli sono superiori, altrove, come in Italia, arrivano tardi e c’è una spettacolare corruzione fra controllore e controllato.

4. A Ragusa, allo scadere della concessione Vega A approvata nel 1984, hanno fatto richiesta per trivellare altri dodici pozzi nel quasi silenzio generale.

Viene fuori adesso che dopo decenni attorno alla piattaforma Vega A ci sono elevate concentrazioni di metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e MTBE e che non è possibile il totale ripristino ambientale.

5. E se qualcuna delle trivelle ha incidenti o malfunzionamenti?

Dalla piattaforma Paguro, da cui sono morte tre persone, non vogliamo veramente imparare niente? O vogliamo dimenticare la piattaforma Eni Temash incendiatasi nel 2004 solo perché è in Egitto? O del fatto che l’Eni-Saipem ha trivellato senza certificazioni? O che l’Eni in Norvegia ha ammesso una “lack of competence” nel trivellare i mari del nord? O vogliamo dimenticare che quando in Abruzzo ci furono perdite da Rospo Mare, prima si parlo’ di petrolio e — dopo quattro giorni — i petrolieri corressero la stampa parlando di erba e fango, come se loro stessi non fossero capaci di distinguere il petrolio dal fango immediatamente?

6. Non è vero che se non lo estraiamo noi lo faranno i Croati con magiche trivelle “a 45 gradi” come scrive qualche petrol-giornalista.

Per tutto il parlare che si è fatto di petrolio in Croazia, i residenti dell’ex-Yugoslavia non hanno trivellato un solo pozzo. In Italia invece tiramo fuori petrolio dagli anni ’50 in Adriatico, senza chiedere niente a nessuno.

7. Non è vero che diminuirà l’occupazione.

Nessuna piattaforma chiuderà il 18 aprile. Per di più il lavoro petrolifero è altamente automatizzato e sono poche le persone che lavorano sulle piattaforme.

8. E se invece di preoccuparci di petrol-lavoro, ci preoccupassimo del lavoro green?

La tendenza mondiale è di occupazione verde che cresce. In Canada gli ex lavoratori del petrolio chiedono di essere riqualificati per il lavoro nell’industria delle rinnovabili, negli Usa il lavoro nelle rinnovabili ha superato quello nell’industria petrolifera.

9. Giustificare le trivelle d’Italia perché “se non lo facciamo noi, lo faranno in Mozambico e in Nigeria” è una offesa al Mozambico e alla Nigeria, e a tutti quelli che vivono vicino a pozzi e trivelle e mare malato.

Ai nigeriani non importa se trivelliamo Tempa Rossa o Ravenna o Ombrina. Ai nigeriani importa che il loro dolore cessi e che non debbano più respirare, mangiare e vivere petrolio. A chi pensa cosi’ due cose dico. Intanto, se vogliamo proprio fare questo ragionamento, e allora dovremmo dire “se non lo facciamo nel giardino del mio condominio, lo faranno in Basilicata” e quindi che si aprissero loro un Centro Oli nelle loro città, o una FPSO nel loro mare.

10. Il pianeta muore per colpa nostra.

Del nostro uso smodato di fonti fossili. Ogni giorno leggiamo di cambiamenti climatici che progrediscono e che alterano i delicati equilibri naturali. I ghiacciai che si sciolgono, le barriere coralline che muoiono, isole che scompaiono, gli oceani che si acidificano.

Non c’è sfida alcuna davanti cui l’uomo non abbia messo tutta la sua intelligenza e il suo volere e non ci sia riuscito.
Possiamo farcela. Ce l’abbiamo sempre fatta.

Articolo tratto da ilfattoquotidiano.it: “Referendum Trivelle, dieci motivi per andare a votare e votare sì“.